Archelogia restituita

Cento reperti tornano in Türkiye, a İstanbul si riuniscono i bronzi degli imperatori romani

Inaugurata ai Musei Archeologici la mostra “No Way Out: Boubon”, dedicata alle sculture trafugate negli anni Sessanta. Tra le opere restituite dagli Stati Uniti anche strumenti cerimoniali di oltre quattromila anni fa

Cento reperti archeologici restituiti dagli Stati Uniti e una mostra che riunisce i bronzi degli imperatori romani dispersi per decenni tra Paesi e collezioni. Ai Musei Archeologici di İstanbul, la Türkiye presenta due risultati di un lungo lavoro di recupero del patrimonio anatolico: il ritorno di opere che attraversano oltre duemila anni di storia, dalla prima età del Bronzo all’epoca romana, e l’apertura di “No Way Out: Boubon”, dedicata alle sculture trafugate dall’antica città nella provincia di Burdur.

A presentare i reperti e inaugurare l'esposizione è stato il Ministro della Cultura e del Turismo Mehmet Nuri Ersoy. «Il nostro obiettivo non è semplicemente spostare i reperti da una vetrina all’altra, ma rileggerli alla luce delle loro storie e del contesto culturale al quale appartengono», ha dichiarato.

È proprio la ricostruzione di questi legami a unire le opere appena restituite e quelle esposte nella mostra. Dietro ogni recupero ci sono confronti tra materiali archeologici, documenti d’archivio e fotografie, analisi scientifiche e testimonianze: indizi che, messi in relazione, hanno permesso di riconoscere la provenienza dei reperti e sostenerne la restituzione.

Tra i cento beni rientrati dagli Stati Uniti, quaranta provengono da Horoztepe, nel distretto di Erbaa della provincia di Tokat, nella regione centrale del Mar Nero. Sono strumenti musicali cerimoniali, armi e recipienti metallici datati tra il 2300 e il 2000 a.C., che testimoniano la raffinatezza della metallurgia anatolica della prima età del Bronzo. Il confronto con i materiali di scavo e la documentazione storica ha consentito di ricostruirne il percorso e ottenerne il ritorno a quasi settant’anni dal saccheggio.

Un lavoro analogo ha riguardato le quarantaquattro lastre architettoniche in terracotta provenienti da Düver, nella provincia di Burdur. Risalenti al VI secolo a.C., facevano parte dei sistemi di copertura e rivestimento degli edifici. Decorazioni, forme e caratteristiche stilistiche sono state confrontate con gli esemplari noti, mentre archivi e registri delle collezioni hanno permesso di seguirne la dispersione. Il rientro di questo gruppo dal J. Paul Getty Museum di Los Angeles prosegue il percorso avviato con le restituzioni dagli Stati Uniti nel 2022, dalla Danimarca nel 2024 e dal Virginia Museum of Fine Arts nel 2025. Un progetto ne prevede ora il ricongiungimento con gli altri elementi di Düver conservati nei Musei Archeologici di İstanbul, per consentire una lettura più completa dell’insieme.

Talvolta, a fare la differenza è una traccia rimasta per decenni in un archivio. È accaduto per un ritratto proveniente da Afrodisia, nella provincia di Aydın, anch’esso tra le opere restituite. In un verbale del 1976, il magistrato incaricato del caso segnalava il furto di ulteriori reperti oltre a quelli già individuati. Quell’annotazione, incrociata con i dati archeologici e con la storia collezionistica dell’opera, ha contribuito a sostenere la richiesta di restituzione. Tra gli altri beni rientrati figurano anche maschere teatrali e statuette di divinità femminili.

La possibilità di ritrovare il contesto di un’opera è anche il cuore della mostra “No Way Out: Boubon”. I bronzi qui riuniti appartenevano al Sebasteion, il santuario dedicato agli imperatori romani e alla famiglia imperiale dell’antica città, nei pressi dell’attuale villaggio di İbecik. Durante gli scavi clandestini degli anni Sessanta, le statue furono trafugate e smembrate: teste, torsi e arti finirono in diversi Paesi e collezioni, separati tra loro e dalle basi sulle quali erano collocati.
A ricostruire questi rapporti contribuirono le ricerche dell’archeologa Jale İnan, che mise in relazione iscrizioni, piedistalli e sculture conservate all’estero. Le indagini successive hanno raccolto anche le testimonianze degli abitanti di İbecik, confrontandole con fotografie storiche e registri museali.

Uno dei riscontri più significativi riguarda la statua di Marco Aurelio: la corrispondenza tra il calco dei piedi e gli incavi del piedistallo ha fornito un elemento concreto per ricondurla al sito. Le analisi del terreno e degli isotopi del piombo, con il contributo delle ricerche condotte in Germania da Ernst Pernicka, hanno ulteriormente sostenuto l’attribuzione a Boubon.

Tra le opere recuperate nel corso degli anni figurano bronzi raffiguranti Lucio Vero, Settimio Severo, Caracalla e Marco Aurelio. La mostra permette di tornare a considerarli come parte di un complesso monumentale. È un’occasione rara, perché molte statue bronzee dell’antichità sono andate perdute attraverso la rifusione del metallo: il confronto con le basi iscritte e con l’edificio di appartenenza offre quindi nuove possibilità per comprendere il santuario e la sua storia.

Il recupero delle opere si accompagna alla ripresa delle ricerche sul campo. Gli scavi a Boubon, riavviati nel 2023, proseguono sotto il coordinamento del Museo archeologico di Burdur, consentendo agli studiosi di mettere in relazione i reperti restituiti con nuove evidenze archeologiche.

A rendere possibili le restituzioni è la collaborazione tra il Ministero della Cultura e del Turismo, la Procura distrettuale di Manhattan e Homeland Security Investigations (HSI). Nel maggio 2026, la documentazione scientifica condivisa con le autorità statunitensi ha consentito di bloccare la vendita di reperti anatolici messi all’asta e ottenerne il ritorno. Un lavoro che trova nella presentazione dei cento reperti e nella mostra di İstanbul il suo esito pubblico: rendere nuovamente leggibili storie rimaste a lungo frammentate.